Meglio far pagare una licenza una tantum o stabilire una tariffa oraria sui servizi di consulenza? Il miglior approccio è il secondo: scopriamo perché.
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Chi non è pratico del mondo GNU/Linux, potrebbe giustamente chiedersi: “Se il software è Open Source, come fanno gli sviluppatori a guadagnarsi da vivere?” Senza ombra di dubbio una lecita domanda che merita una seria risposta.
Secondo una giusta logica, il software non è un’industria manifatturiera e dunque, di conseguenza, il software stesso non può essere considerato come un prodotto da vendere.
Piuttosto, il software può essere considerato come un servizio o, per essere più precisi, è solo una piattaforma in grado di erogare servizi. Proprio come le autostrade, la rete elettrica o quella telefonica.
Se questo concetto è abbastanza chiaro (e, soprattutto, se lo condividiamo) appare evidente che l’economia del software non può essere basata su pagamenti una tantum dovuti all’acquisto di una licenza, ma è più corretto adottare un approccio basato sul costo orari dei servizi professionali che gli sviluppatori dedicano alla costruzione e al mantenimento del software stesso. È un po’ quello che accade nel momento in cui ci rivolgiamo ad un avvocato, ad un medico o a un commercialista.
Così facendo, il tempo speso dallo sviluppatore è sempre adeguatamente ricompensato e il cliente paga il giusto costo legato al software (o meglio, il servizio) di cui ha bisogno. Ma come stabilire una giusta tariffa oraria? Difficile da dire, forse la miglior strada è quella di raggiungere un accordo con il cliente.

Fonte: Opensource.com














